I figli Maria, Vincenzo e Alice sono arrivati la sera prima. Il fratello maggiore Roberto anche. Un fine settimana nella casa di campagna di Silvio, all’inizio del villaggio spopolato dove vive da solo da tre anni. Silvio ha acquisito, nella solitudine, un buon numero di manie. La più grave di tutte: non vuole più camminare. Non si vuole alzare. Vuole stare e vivere seduto il più possibile. E da solo. Si tratta, per i figli che finora non se ne sono preoccupati troppo, di decidere che fare, come occuparsene, come smuoverlo da questa posizione che è una metafora del suo stato mentale: un uomo che vive accanto all’esistenza e non più dentro la realtà. Emergono qua e là empatie, distanze e rese dei conti. I familiari di Silvio sono venuti a trovarlo per la messa dei dieci anni dalla morte della moglie. C’è da commemorare, da dire, da concertare discorsi. Nella testa di Silvio, preda del suo isolamento, si installa una certa confusione tra desideri e realtà. Senza nessuno che ti smentisca nel quotidiano, la tua vita può essere esattamente come tu decidi che sia. Fino a un certo punto.

Questo spettacolo, che ha trovato nella figura del padre un interprete per me al tempo insperato e meraviglioso, Silvio Orlando, trova le sue radici in una piaga, una maledizione, una patologia specifica del nostro tempo che io, personalmente, ho conosciuto anche troppo. La sociopsicologia le ha dato un nome: “solitudine sociale”. Essere isolati dalla società è un male oscuro e insidioso.
(Lucia Calamaro)

Silvio Orlando
Si nota all’imbrunire
(Solitudine da paese spopolato)
con (in ordine alfabetico):
Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile,Alice Redini, Maria Laura Rondanini
scene Roberto Crea
costumi Ornella e Marina Campanale
luci Umile Vainieri
regia Lucia Calamaro
produzione Cardellino srl
in collaborazione con Napoli Teatro Festival
in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria

durata: 2h 10′ (compreso intervallo)